Route 66

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Eccomi a casa, sono le 1.39 di un giorno di Giugno.

Metto su “Love Pain and the whole Crazy thing” un disco country Rock di Keith Urban, un ragazzo australiano trasferitosi a Nashville (USA) per realizzare il suo sogno.

Niente di che questo stile, se non per il fatto che è la musica POP che gli americani ascoltano alla radio mentre sorseggiano un caffè o si spostano da una parte all’altra della città, tragitti che a volte richiedono ore.

E questa musica è fatta da gente che è nata per fare questo lavoro. Lo senti subito, appena attacca, senti che dal primo all’ultimo fanno il suo dovere. I suoni sono perfetti a tal punto da farla credere una musica diversa, più bella.

Non è una novità per gli addetti ai lavori sapere che in America negli studi di registrazione vantano apparecchiature all’avanguardia e i prezzi sono alla portata anche di cantanti minori, un po’ come se io potessi tranquillamente registrarmi il mio disco negli studi di registrazione di Ligabue o di Vasco Rossi.

I musicisti sembrano venire da un altro pianeta e vorrei anche vedere se non fosse così, dato che l’America è la patria della musica su cui tutta la cultura occidentale si basa. In questa terra, negli anni 20 i lavoratori di colore nei campi cantavano per farsi compagnia e forse per non piangere…..non sapendo cosa sarebbero andati a creare.

La musica afro-americana creò il blues che creò lo swing che creò il Jazz  che creò il be-bop che a sua volta creò il rock’n’ roll e il rockabilly.

Qualche anno fa durante un viaggio a Cincinnati in Ohio mi trovai in un parco che non ha niente da invidiare al central park di N.Y. Era enorme e perfetto, curato in ogni dettaglio dove i fiori erano colorati a pastello, la gente era bella, si godeva questo spazio con una calma e un sorriso che sembrava ringraziare la città per questo dono senza prezzo.

Sentivo una chitarra suonare non molto lontano da me, era un suono pulito e anche magnetico dato che mi allontanai silenziosamente dalla mia compagnia e mi andai a sedere esattamente davanti al chitarrista che non si volse, non mi guardò ma continuò ad eseguire il brano. Era una delle cose più belle che avessi mai sentito in vita mia e lui continuava a non guardarmi…eseguiva e doveva eseguirlo tutto, fino alla fine. Appena finì, lentamente mi guardò con un sorriso che non aspettava la mia offerta di denaro ma ringraziava il mio tempo ma soprattutto le mie lacrime.

Quel ragazzo di colore mi fece riflettere molto sulla difficoltà di capire le proprie passioni, di seguirle e volendo, di trarne un profitto e  non per arricchirsi…ma per vivere.

Se si pensa che le cose vengono fatte bene solo quando le senti veramente, quando le ami, quando ci tieni allora tutto deve dipendere da questo. Essere capaci di provare, sperimentare tutto quello che si ha in mente e anche quello a cui non pensiamo.

In questo momento metto un disco che comprai la sera stessa di quel giorno a Cincinnati…un disco purtroppo che non si trova perché lo comprai direttamente dal batterista della band dopo il concerto. Anche negli States evidentemente una gran fetta di gruppi che ci provano alla fine non arrivano da nessuna parte raccogliendo le briciole dei loro sogni. Fatto sta che  la canzone che sto ascoltando è un capolavoro, la usai sull’aereo di ritorno per riguardare tutte le foto del viaggio pensando a che paese fantastico mi stavo lasciando alle spalle e quanto poco lo conosciamo, quanto ci fa comodo spesso fermarci  a stereotipi e luoghi comuni.

Alzo il volume al massimo nelle cuffie e mi prometto di tornarci e realizzare quel sogno che ho da più di 16 anni . Farmi la Route 66 su una cabrio con la musica a tutto volume, fermarmi a sentire ogni concerto, parlare con ogni persona e rimanere a bocca aperta come quando ero bambino.

Zerbo

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